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Quando la vita finiva

Si moriva nel proprio letto, assistiti da familiari, parenti e amici

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Sommario

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Si moriva in casa

Fin dopo la seconda guerra mondiale, salvo pochi casi, così come si nasceva in casa si moriva in casa, nel proprio letto.  Le ospedalizzazioni,  soprattutto per gli anziani,  erano rare. Era il medico di famiglia, uno solo per l'intero  paese, che seguiva l'ammalato a  domicilio. Naturalmente tutti i  componenti della famiglia si prestavano ad assistere i  loro "vecchi", molto rispettati e tenuti in grande considerazione. I "Ricoveri", ora  denominati  Residenze Sanitarie Assistite,   pochissimi e solo nelle grandi città:  la  Bagina a Milano o     il Cottolengo di Torino. 

Tutti coloro che erano prossimi al trapasso ricevevano l'estrema unzione.  Il sacerdote con i paramenti sacri, accompagnato dal sacrestano che reggeva un ombrello di tessuto prezioso,  si recava presso l'abitazione dell'ammalato,  a volte, se chiamato, anche di notte.  Per l'eucaristia  agli infermi il sacerdote veniva accompagnato da un chierichetto  che annunciava  ai passanti la presenza del Santissimo suonando un campanello.  Ci si fermava, si  mormorava una preghiera  e gli uomini si toglievano il cappello.  

Le imprese di  pompe funebri avevano poco lavoro.   I  familiari  preparavano  e vestivano  il defunto.  Per le bare  in paese c'era  Giuan Bignen , Giovanni Mascazzini, e prima di lui il padre Antonio e  il nonno  Benigno che gli avevano insegnato il mestiere: da bravo falegname ne avrebbe fornita una.  Il carro funebre non serviva perché il feretro veniva portato a spalla da parenti, amici e conoscenti. La bara  veniva coperta da un drappo di velluto nero   ricamato.

 

1945    Foto del funerale di Celeste Gianella, moglie d Nava Carlo,       scattata   per inviarla ai  figli Luigi, Carolina e Regina,  emigrati  in America (vi partecipa anche una gallina del cortile)

Il funerale

La  celebrazione  del funerale poteva  essere di prima, di seconda o di terza, intese come categorie in relazione alla scelta dei paramenti (drappo,  addobbi e candelabri).  La prima categoria prevedeva la presenza di più sacerdoti.

Tutto questo per  la maggioranza   dei defunti.  In  alcuni casi la posizione sociale ed economica della famiglia   portava alla celebrazione di funerali   che   erano ben al di sopra della   consuetudine

 

Funerale di Pisoni Paola,  morta  nel 1929 all'età di 21 anni

 

 

Funerale  di Pisoni Pasquale, morto nel 1940 all'età di 61 anni

 

 

     

Funerale  di  una persona benestante

Funerale di Margherita Mascazzini - 1943

Ai funerali  di persone   che in paese avevano avuto un ruolo di rilievo  partecipavano le associazioni e  le confraternite:  le donne della pia unione delle consorelle,  gli uomini della  confraternita del SS. Sacramento (detti anche  scolari), le figlie di Maria. I bambini  dell'asilo (scuola materna) precedevano il corteo  ma non fino al cimitero. Si schieravano lungo il muro della chiesetta di  S. Pietro, lasciavano passare il  feretro e  poi rientravano in Asilo. 

Le "figlie di Maria"  erano presenti  soprattutto  se il funerale era di una giovane donna.

1952 – Funerale di Annunciata Ballarati, morta all'età 21 anni,da via Dante verso la chiesa. Portano la bara le Figlie di Maria. 

In generale il defunto veniva accompagnato  al camposanto da tanta gente perché in paese ci si conosceva tutti.

Le autorità civili e religiose,  associazioni religiose  e  non,  oltre naturalmente a tutti i parrocchiani, partecipavano ai funerali di sacerdoti  in servizio o nativi di Buscate.

 

Funerale di  Don Mariani – anno 1956 – portano la bara gli scolari.

 

 

Funerale Don Mario Ferrario – Anno 1962- portano la bara i compagni di leva del 1904

Fino  alla prima metà del secolo scorso era molto frequente  un tipo di funerale "ul curpetu"  che  sta per  funerale  di  un corpicino, cioè di un bambino appena nato o molto piccolo.  La  natalità era molto alta e la mortalità infantile   notevole. La celebrazione funebre in questi casi era semplice e  serena perché erano considerati angioletti. I bambini delle scuole elementari che accompagnavano  la piccola bara venivano ricompensati  dai parenti del  neonato defunto con alcuni "ghéi"  (centesimi di lira).

Casi particolari

Situazioni particolari    consigliavano la non celebrazione del funerale.

La difterite, dai nostri  antenati   identificata  come mò dul grupu,  (non si sa se perché essendo coinvolta la faringe  si veniva a  creava un groppo in gola o se il riferimento fosse  al termine "croup" già noto agli antichi,  che identificava  i suoni particolarmente rauchi   di chi aveva malattie alla gola)     colpiva  soprattutto i bambini  ed era   altamente infettiva.  Prima della  scoperta della penicillina e dell'introduzione delle vaccinazioni preventive,  la mortalità infantile per difterite era altissima.  I piccoli defunti, per evitare la diffusione della malattia   venivano portati direttamente al camposanto. A Buscate nel 1895   furono 23  i bambini  morti per  difterite   che non ebbero funerale,  19 quelli del 1896   e  altri 8 nel 1897, su una popolazione  di   circa 2200 persone. 

Ancor più triste la situazione durante l'epidemia di "spagnola",  una forma influenzale  molto contagiosa  e  con alta incidenza di morti  diffusasi tra il 1918 e il 1919.   Spagnola perché   segnalata la prima volta in Spagna, nazione non in guerra  e quindi non sottoposta a censura, ma si pensa sia stata importata  dalle truppe  americane  e  diffusa  rapidamente   negli  Stati coinvolti nella prima guerra mondiale.  La  forma  più aggressiva colpiva i  giovani, soprattutto al fronte,  mentre gli anziani  venivano  risparmiati o comunque sopravvivevano in una percentuale  maggiore, forse  immunizzati da   precedenti    forme influenzali a cui erano andati incontro nella loro vita.  I funerali venivano celebrati,  uno o due al giorno, ma non si suonavano le campane per non allarmare maggiormente coloro che  già ammalati combattevano per sopravvivere.

Il lutto

Alla dipartita di un familiare o parente  seguiva  un periodo di lutto che andava osservato.  Il  lutto stretto comportava per le donne   il vestirsi  completamente di nero per un periodo variabile a secondo del grado di parentela con il defunto: un anno per  il marito,  un figlio, i genitori -   sei mesi per un fratello -  tre mesi per uno zio o un nipote.  Per gli uomini il segno del lutto era dato  da un bottone nero  sul bavero o da una fascia sulla manica.

Per la verità fino   alla seconda guerra mondiale  per la  maggior parte delle donne  non più giovani  il vestito nero  o di colore scuro  era   la  quasi normalità.

Con il passare del tempo il lutto è andato via via  accorciandosi  e  i  colori,  sia nel quotidiano che in periodo di lutto, hanno preso  il sopravvento  mentre  ora  il   "nero"   è segno di eleganza.

Il camposanto o cimitero

Il rispetto e  l'affetto  per  i nostri morti  sono  sempre stati sentimenti molto  radicati nei buscatesi e il  camposanto una dimora da  curare   e  un luogo in cui  mantenere un contatto  con i propri cari  scomparsi.

Il nome "camposanto"  deriva  dal fatto  che in molti  luoghi di sepoltura, soprattutto quelli più famosi,   i pellegrini di ritorno dalla Terra Santa  ponevano terra prelevata  dal Campo del Vasaio o da altri luoghi che  erano stati testimoni della vicenda  terrena di Gesù. Il cimitero  è semplicemente il  "luogo del   sonno o dormitorio".

Nella tradizione cristiana  i sacerdoti  defunti o altre persone autorevoli    venivano sepolti nelle chiese.  In spazi adiacenti tutti gli altri. 

Anche Buscate  aveva un camposanto  attorno alla  prima  costruzione della Chiesa di San Mauro. Sui lati nord e ovest  esisteva infatti uno spazio, recintato da un basso muretto,  adibito a sepolture

 

Pianta della prima chiesa parrocchiale di Buscate

 

Del cimitero esistente presso la chiesa parrocchiale di S. Mauro  si ebbe conferma   nel 1954 , durante  i lavori di demolizione della   vecchia chiesa. Si effettuarono scavi  per  il sagrato dell'attuale chiesa ed   affiorarono i resti  delle antiche sepolture.

Alla fine del  1785 si decise   di destinare a  camposanto  un ampio  terreno posto   a nord del paese,   in una  zona  allora  non abitata.   Mancanza di  spazio  in parte  ma  più sicuramente  per motivi igienici  tenuto conto  delle  modalità di sepoltura  utilizzate ai tempi  e  della immediata vicinanza delle abitazioni.  Ci si adeguava  in tal modo  a disposizioni già in atto in Francia e  che  ci sarebbero certamente state imposte  pochi anni dopo,  quando nel 1796  Napoleone  arrivò in  Lombardia.  

Fu un percorso difficile, tra autorizzazioni negate e  problemi  finanziari, ma alla fine i lavori vennero  conclusi.

Il   nuovo camposanto    era posto all'inizio della via della Miorina,  ora via  Villoresi. Si accedeva dalla  via Villoresi e nell'angolo di destra, verso l'attuale via Manzoni, vi era   una cappellina oltre ad un portico a tre arcate che serviva per depositare le bare. Questi edifici erano affrescati.  L'edicola sul fondo fu costruita in seguito, non si sa esattamente quando.

La prima sepoltura,  quella di un neonato, Nicolao Battioli,  avvenne il  21 gennaio del 1789 e nei mesi successivi si  iniziò a traslare  i resti (probabilmente non tutti)  dei defunti  sepolti attorno alla chiesa di San Mauro.

Edicola   posta sul fondo del vecchio cimitero

Il cimitero, che ebbe un successivo ampliamento, subì ulteriori  trasformazioni   con l'abbattimento della cappellina e  del portico.  Rimase l'edicola di fondo.

Non abbiamo  immagini di  quel  luogo  se non dopo  la sua chiusura quando, a seguito dell'espansione del paese, divenne  di nuovo incapiente  e  circondato da abitazioni  e si dovette pensare ad un nuovo cimitero. 

L'ultima sepoltura il 14 aprile 1885 e il Decreto di  soppressione il 31 luglio 1909.  Aveva  accolto le salme dei buscatesi defunti  per quasi cento anni.

Il cimitero  cadde in abbandono e  in un primo momento si  deliberò di traslare  i resti dei defunti e  vendere l'area a privati.   La delibera non ebbe  seguito perché  un evento tragico  si stava avvicinando: la  guerra del 1915-1918.

Dopo la  prima guerra mondiale si pensò  di destinare il vecchio cimitero a Parco delle Rimembranze collocandovi anche un imponente monumento.  Si cambiò poi parere  e il monumento venne   posto in piazza Grande – poi piazza Vittorio  Emanuele e ora  piazza Baracca. 

Un nuovo comitato, con progetti  meno ambiziosi giunse nel 1928 alla sistemazione dell'area del vecchio cimitero, con  piantumazione di cipressi e  posa di 72  cippi  a ricordo dei caduti della grande guerra.  Una  ulteriore sistemazione si rese necessaria dopo la seconda guerra mondiale, negli anni  1953-1954,   con ripristino della cancellata in ferro  lungo la via per Bienate,   che il fascismo aveva costretto a  consegnare, unitamente ad altri manufatti in ferro,   quale materiale da utilizzare per scopi bellici. 

Da ultimo,  negli anni  '80 destinazione del luogo a parco pubblico  con  posa di  panchine e  illuminazione. 

 Il  Parco delle Rimembranze  appena inaugurato  - foto del 1928

Il nuovo cimitero

Nel 1880  venne individuata un'area esterna al paese   da destinare al nuovo camposanto. Precisamente quella  attorno alla cappellina del Brughè . 

Successivamente,  forse per non  dover costruire una adeguata via di accesso,  si preferì  modificare il progetto e prevedere  l'ingresso dalla  strada  per Arconate. L'inaugurazione e benedizione ebbe luogo il 3 maggio 1885. In  quella occasione il parroco Don Giovanni Battista Ferrari   descriveva il nuovo cimitero   come  opera    notevole per dimensione, impostazione,  piantumazione  di alberi e presenza  del monumento marmoreo  fatto costruire dalla  famiglia Motta. 

 

L'acquisto di uno spazio per la tomba di famiglia e   posa del monumento funebre era riservato a pochi.

La maggior parte dei defunti veniva posta in campi comuni,  in tombe singole  e  in piena terra.   Una semplice croce   di  legno,  pietra o ferro  portava i dati del defunto  e un cumulo di terra leggermente rialzato indicava lo spazio in cui era sepolta la  bara Non ci si  poteva permettere altro.  La  cura  della  tomba era molto semplice:  la si ripuliva dall'erba   e a inizio  novembre,  nel periodo dei  morti,    con i fiori dei crisantemi coltivati nell'orto o in campagna (i sancarliti) si  creava   una cornice  alla tomba  e vi si disegnava, sempre con i fiori,  una croce.  Qualcuno poneva dei sassolini  bianchi.

Entrando nel cimitero, a destra,   vi era il campo dei  neonati e dei  bambini piccoli defunti.  Una distesa  di   lapidi bianche o  di angioletti di  cemento bianco.  

Le visite al cimitero non erano frequenti come ai giorni nostri ma  particolare importanza  rivestiva l'ottava dei morti:  ogni sera le  famiglie,   dai nonni  ai nipoti,  in buona sostanza tutti  quelli che erano in grado di camminare,  si recavano al cimitero recitando il rosario e  portando ceri (i muculoti)   che dovevano rimanere accesi  durante tutto il periodo  e  di conseguenza  venivano frequentemente sostituiti. La  raccolta della cera     fusa  dopo che gli stoppini si erano consumati  era cura dei bambini e dei ragazzi.  Al termine   dell'ottava con quanto raccolto veniva confezionata una torcia "molto artigianale"  da portare  al cimitero e  porre sulla tomba, infissa nella terra.   A novembre  il freddo era già pungente  e la  nebbia, quella vera, una costante.  A volte  sul percorso  neppure  si riusciva  a riconoscere  chi ti passava accanto.  Ma  l'ultima  sera era  una vera luminaria  e   quasi una gara a chi aveva preparato la torcia  più grande.  

Gli ampliamenti

Era  terminata da pochi anni la  seconda guerra mondiale.  Si stava abbozzando una timida  ripresa che sarebbe diventata il boom economico degli anni '60-70.  In molti  iniziavano a costruirsi una casa  ma anche  a prenotarne una al cimitero per i loro defunti.  Lo spazio per i campi comuni andò riducendosi e  aumentarono le tombe  individuali o di famiglia.  Si rese necessario un primo ampliamento  sul terreno a  sud della Cappella Motta e  la costruzione dei  Colombari.  Negli anni '80    vennero riesumate  tutte le prime sepolture poste ai lati dell'ingresso  nord del  cimitero per far posto  alla costruzione  di   nuove cappelle di  famiglia.

 

 

Ingresso del nuovo cimitero prima della costruzione delle cappelle sul lato nord.

 

L'ultimo ampliamento  oltre i Colombari   è storia dei giorni nostri  (1998-2000).

Da non molti anni  alcuni preferiscono  essere cremati.  Una scelta  non più condannata dalla Chiesa.  Se la tendenza continua non dovremmo avere in futuro la necessità di ulteriori ampliamenti  ma  speriamo che il nostro cimitero rimanga e  continui a parlarci.  Il cimitero è un libro aperto, ogni tomba un capitolo, ogni volto e nome una vicenda terrena  e   l' insieme    formano  la storia della nostra comunità. Nel camposanto  c'è  la  vita passata e per chi crede anche parte di quella futura. 

Commento dell' autore

Notizie storiche attinte dalla pubblicazione "Buscate - Il vecchio cimitero e dintorni" autore Giacomo Calloni

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